Alle vette della letteratura moderna: lo stile di Claire Keegan in “Un’estate” (Einaudi ed.)

Se il Sunday Times l’ha definito «un piccolo miracolo», non può che suscitare curiosità in un lettore appassionato. In effetti, si tratta di 73 velocissime pagine che mettono a dura prova il cuore, accelerandone i battiti, e provocando brividi per le emozioni. L’estate nell’Irlanda di campagna, fatta di mare scosceso e illuminato dalla luna di sera, fattorie, attività rurali, cicaleccio di paese, antiche abitudini — come le cento spazzolate ai capelli — e golfini fatti a maglia, nasconde in realtà ciò che non si vede, ma che qualcuno, o forse molti, vivono: la disfunzionalità familiare. Quel sentimento di accettazione, pur nella consapevolezza dell’anormalità; l’abitudine al negativo che induce a disprezzare il positivo; la difesa nei confronti di chi tormenta e maltratta. Ciò sopratutto nei vissuti dei bambini (pensanti) incondizionatamente legati agli adulti di riferimento. E, tra tutto questo, si fa strada un amore genitoriale non consanguineo, ma fatto di incoraggiamenti, apprezzamenti, cura, gesti, rispetto e guida. Sono spinte capaci, gradualmente, di scacciare le vecchie consuetudini e i sentimenti contaminati, rendendo la protagonista (bambina di età non precisata) libera di scegliere e di correre verso l’amore vero che, se vissuto da piccoli, garantisce  protezione e barlume nelle difficoltà e nei pericoli futuri.  Non è un caso che la piccola protagonista non abbia un nome: ovvero, forse, ha il nome di ognuna di noi, perché ciascuna può in qualche modo riconoscersi in lei. E’ facile ritrovarsi nel suo attaccamento alla figura paterna, sigillato da almeno due profondi abbracci. Probabilmente, tra le manifestazioni fisiche, l’abbraccio e’ il supremo, e contiene anche molti sensi: vicinanza/contatto/calore/tocco/odore. E quell’ultimo abbraccio che chiude il libro lascia a noi, piccole protagoniste, il finale da scegliere: far vincere il pericolo e la minaccia oppure, più probabilmente, credere che, in qualche modo e anche in extremis, possano prevalere il bene e la salvezza.