40 giorni per girare il mondo attraverso un libro: la nuova opera di Vincenzo Ippolito (TS Ed., 2026)

Girare il mondo senza spostarsi è possibile. Lo si fa leggendo, documentandosi, viaggiando con l’immaginazione o attraverso i contenuti digitali. Ma c’è anche un’altra via, più profonda: quella della preghiera. Chi la pratica sa che è come volare.
È proprio su questa linea che si colloca “Il giro del mondo in quaranta giorni”, l’ultima opera di Vincenzo Ippolito, un libro che intreccia esperienza interiore e riflessione spirituale in un percorso scandito da quaranta tappe.
Il volume si presenta come una raccolta di brevi capitoli, quasi confessioni, in cui l’autore affronta situazioni comuni e problematiche diffuse, offrendo spunti concreti e indicazioni di crescita personale. I titoli dei quaranta paragrafi funzionano come vere e proprie linee-guida, orientando il lettore lungo un itinerario che è, prima di tutto, interiore.
L’autore assume il ruolo di compagno di viaggio, alternando osservazione e consiglio, con uno stile accessibile e diretto. Si fa consigliere di mete e scorciatoie, come chi conosce il mondo, come chi fa da testimone, come chi ha una lanterna sempre accesa. Il percorso proposto invita alla maturazione personale — “si matura accogliendosi e si diviene responsabili prendendosi a cuore” — e alla costruzione di un’identità consapevole, capace di rinnovarsi, di farsi nuova ogni volta, e di orientarsi verso valori essenziali.
Tra i temi ricorrenti emergono la libertà, il rifiuto dei sentimenti negativi, la tensione verso ideali elevati e la ricerca di una stabilità in equilibrio tra leggerezza e profondità. Non manca uno sguardo critico, ma misurato, sul rapporto con i social e sulla necessità di autenticità nelle relazioni umane. L’autore insiste anche sulla dimensione della responsabilità e della decisione — “la storia non si fa coi forse e coi se” — e su un atteggiamento attivo nei confronti della vita: “amare senza paura, voler bene con coraggio, parlare con sapienza, non tacere per paura, guardare con lucidità, discernere con prudenza, attendere con pazienza” e, soprattutto, “sperare”. Sebbene il taglio possa richiamare discipline come la psicologia o la sociologia, l’impostazione dell’opera è chiaramente teologica. Vincenzo Ippolito (Polla, 1977), appartenente all’Ordine dei Frati Minori, lascia emergere nella scrittura richiami alla spiritualità francescana, con frequenti riferimenti alla natura e al creato. Non è casuale la citazione dei quaranta giorni, che rimanda direttamente al tempo della Quaresima.
E poi, il finale è di una dolcezza disarmante. E consolante.

Un “incontro” atteso da 800 anni

Nell’epoca dei festeggiamenti spesso eccessivi e delle celebrazioni ripetitive, accade talvolta qualcosa di diverso: un invito silenzioso, non telematico né propriamente fisico, che qualcuno raccoglie quasi senza accorgersene. Solo dopo si comprende che quell’invito riguarda un evento destinato a entrare nella storia. In fondo si tratta semplicemente di un incontro. Un incontro fatto di emozione contenuta, di pacato entusiasmo e di silenziosa trepidazione. Un po’ come quando si va a trovare un malato in ospedale, si riabbraccia un amico arrivato da lontano o si incrocia in modo inatteso lo sguardo di uno sconosciuto. È questo il clima che accompagna l’ostensione dei resti ossei di San Francesco d’Assisi, Patrono d’Italia, vissuto nel Medioevo e morto presso la chiesetta della Porziuncola nell’ottobre del 1226. Le ossa sono esposte in una piccola teca protettiva nella chiesa inferiore della Basilica di San Francesco d’Assisi. Della vita del santo umbro si conosce molto: la scelta radicale di povertà dopo una giovinezza agiata, la nascita della regola francescana, l’amicizia con i frati tra cui Rufino, Masseo e Leone, la vicinanza spirituale con Chiara d’Assisi. Sono noti anche il suo rapporto con la natura, espresso nel Cantico delle creature, e la contemplazione, il colloquio con il Crocifisso della Chiesa di San Damiano, le stimmate ricevute come segno di identificazione con Cristo e le celebri scene della sua vita dipinte da Giotto. Meno noto è invece il destino del suo corpo subito dopo la morte. Per evitare il rischio di trafugamenti, fu sepolto rapidamente e in modo nascosto sotto un altare della Chiesa di San Giorgio. Una precauzione dettata dalla devozione popolare che circondava già allora la figura del santo. Nel corso dei secoli si sono susseguite diverse ricognizioni e traslazioni delle reliquie, ma l’attuale ostensione rappresenta comunque un momento di grande rilievo storico e spirituale. Negli anni venti del duemila questo evento assume quasi il significato di una rivelazione: come l’emergere di una luce rimasta a lungo nascosta. Un segno che sembra parlare al presente, in un tempo in cui il bisogno di luce appare particolarmente forte. Lo dimostrano anche i numeri: quasi 400mila prenotazioni e un’affluenza stimata di circa 1.500 persone all’ora alla Basilica per la prima ostensione pubblica delle ossa del santo. L’interesse non è soltanto religioso. La conservazione delle ossa lunghe, delle costole, di frammenti di cranio e soprattutto degli elementi dentari offre infatti un rilevante contributo agli studi anatomo-patologici, archeologici e antropometrici. Questi reperti consentono agli studiosi una ricostruzione tridimensionale della figura di Francesco e permettono anche ipotesi sul suo stato di salute. Al di là degli aspetti scientifici, resta però l’impressione più profonda: quella di un corpo che conserva ancora tratti umani riconoscibili, quasi come se volesse continuare a parlare ai suoi simili, ai fratelli ancora vivi sulla terra. Un corpo che diventa tramite di un incontro: semplice, essenziale, e proprio per questo sorprendente. È il mistero. Un mistero che proseguirà anche nei prossimi mesi: dal 10 gennaio 2026 al 10 gennaio 2027 sarà infatti celebrato l’Anno di San Francesco, con la concessione dell’indulgenza plenaria. Rimane, per molti, la sensazione che ci sia ancora molto da comprendere e da scoprire. Per chi ha fame di verità e di luce, l’incontro continua. E forse non esiste definizione più adatta per questo evento: incontrare, e portare con sé la stretta di quell’abbraccio nella città di Assisi, in giorni che resteranno nella memoria, tra il 22 febbraio e il 22 marzo 2026.

A ridosso della Pasqua, un libro che “fa vedere” e che parla a chi crede e a chi no 

C’è un modo per vivere il periodo della Pasqua in modo diverso: leggere un libro particolare. Si tratta della raccolta delle visioni sulla Passione di Cristo che la mistica veggente e stigmatizzata, vissuta tra il XVIII  e il XIX secolo, suor Anna Katharina Emmerick, beatificata nel 2004 da Papa Wojtyla, ebbe e raccontò ad un visitatore, lo scrittore, poeta e viaggiatore tedesco di origini italiane, Clemens Brentano, esponente del Romanticismo. Sicuramente, il dubbio assale il lettore, che sia credente o meno, sulla autenticità del fenomeno delle visioni e sulla adeguatezza della loro trasmissione da parte di Brentano, ma si ricordi che la suora, vissuta in particolare “simbiosi cristica”, fu sottoposta, come altri stigmatizzati, ad una commissione di inchiesta. Le visioni della Emmerick sono state raccontate anche in altri contributi, come nel diario tenuto dal suo medico, dott. Wesener, e, a proposito di Brentano, c’è da dire che sebbene quest’ultimo, artista romantico, sia conosciuto sopratutto per le sue opere fantasiose e fiabesche, in questo libro egli si trova nelle vesti di un viaggiatore -la suora stessa lo  definì “il pellegrino”- e quindi racconta come testimone, come portavoce, come cronista. Le descrizioni dei paesaggi, per esempio delle case con “i tetti completamente piatti dove si coltivano numerose piantine di incenso e arbusti di balsamo”, la dovizia di particolari, l’indugiare sui tratti somatici (“vidi la Madonna molto chiaramente; le sue guance erano pallide e smunte, il naso aveva la forma sottile e i suoi occhi erano arrossati, quasi sanguinanti a causa delle abbondanti lacrime versate”); l’approfondire i dettagli in maniera quasi certosina (“i rami (ndr della corona di spine) erano intrecciati artisticamente e appartenevano a tre specie di arbusti spinosi, simili al susino e al biancospino”)e’ probabilmente specchio del realismo dei contenuti; talvolta, peraltro, la lettura si fa difficile e faticosa perché angosciante e’ la descrizione del dolore fisico e impressionanti le dinamiche e gli effetti delle lesioni inferte al Cristo, e realistico perché compatibile sotto il profilo scientifico; a tal proposito, la stessa mistica sembra ammonire il lettore quando dice:” che vergogna per noi se per debolezza o per disgusto ci rifiutassimo di narrare o di ascoltare il racconto delle innumerevoli sofferenze che il nostro Redentore, l’Agnello senza peccato, ha dovuto sopportare”, tanto che, sulla croce, “era perfino possibile contare le ossa, le quali, in qualche punto attraverso la pelle lacerata, era possibile perfino vedere”, ricoperto di “macchie orribili, nere, blu e giallastre” alludendo alla lunga durata delle sevizie patite, fino a che “il suo sangue rosso vivo divenne alla fine pallido e acquoso”, “simile” -e qui si allude alla causa della morte di Cristo- “ad un cadavere dissanguato e sfigurato” ma, comunque, pur nella atroce sofferenza, “nobile e maestoso” e con una “inesprimibile luce di immensa potenza”. Va quindi probabilmente salvaguardata la autenticità storica del narrato e la veridicità dei contenuti delle estasi della suora. La corrispondenza di quanto visto dalla mistica e quanto narrato nei Vangeli, che sono la fonte storica della vita di Gesù, e’ probabilmente un indizio di affidabilità, ma ci sono anche dei quid pluris, per esempio allorquando  la mistica afferma di non ricordare tutto di quanto ha visto durante l’estasi, cosa che non avrebbe motivo di essere menzionata se fosse iniziativa del narratore, così come quando la Emmerick precisa : ”in tali visioni si percepiscono molte cose ma non possono essere trasmesse completamente nel linguaggio umano”. Inoltre, la specificità  del racconto sta nella descrizione, non soltanto dei paesaggi/luoghi/corpi/fenomeni atmosferici,  ma sopratutto  degli stati d’animo e dei caratteri/indoli dei personaggi, che forse nei Vangeli non sono approfonditi; in particolare, “Gesù parlo con pacata tenerezza” durante l’ultima cena e guardo’ sua madre dalla croce “con ineffabile tenerezza”; lo sguardo di Gesù “semi spento pieno di compassione esprimeva il suo perdono”; la loro (ndr di Gesù e di sua madre) “reciproca compassione fu una visione molto commovente”; Pietro era “confuso e intimorito” e con “tristezza impressa sul volto” al momento della cattura di Gesù; Pilato era un “superstizioso e un superficiale, facile a turbarsi”; e’ anche descritta la  “estrema mansuetudine” con cui “Gesù prese da sé stesso posizione sulla croce” per farsi inchiodare. Ne’ viene risparmiata la figura del demonio sempre in agguato ma sempre costantemente scacciato dalla scena e dalla mente del lettore:”per tutto il tempo della Cena vidi questo piccolo mostro giacere ai suoi (ndr di Giuda) piedi e talvolta si allungava fino al cuore del traditore” o, durante la crocifissione, sul Golgota, “orribili figure nere demoniache si muovevano in mezzo a quegli uomini crudeli ispirandoli a compiere le azioni più infami”. Quindi, oltre a spunti di teologia per i quali occorre evidentemente una meditazione e una conoscenza delle Sacre Scritture poco comuni, la rappresentazione degli stati d’animo sembra quasi  portare il lettore ad identificarsi una volta nell’uno e una volta nell’altro personaggio, perché nella vita probabilmente si sperimentano un po’ tutti o almeno svariati sentimenti, e la semplice e quotidiana umanità  delle visioni della mistica, pone  l’interrogativo: e se Dio fosse uno di noi?
E la risposta è affermativa, Gesù fu un uomo, con i suoi sentimenti, le sue amicizie, la sua paura, la sua disperazione, il suo senso di abbandono, e la sua pazienza, la sua mitezza, la sua superiorità (anche quando,in tribunale, “ogni suo insegnamento, parola o parabola, venne fraintesa intenzionalmente”), la sua rassegnazione, la sua morte (sulla croce “come un comune mortale lottava contro la morte: un sudore freddo gli copriva il corpo mentre il petto ansimava sempre più forte”) e più di tutto, la sua fede. Tutti abbiamo sacrificato qualcosa di importante, per una giusta causa, per il bene di qualcuno, perché ci credevamo.
E Lui più di tutti ebbe fede. Ed è quindi questo un semplice passaggio di testimone da Lui a tutti noi, all’umanità intera; anche i Santi sono stati come Lui, uomini e donne con una vita assimilabile alla nostra, che sbagliarono, piansero, risero, sorrisero, ma che si contraddistinsero per la fede. Questa è la grande scoperta che fa il lettore di questo libro: c’è qualcosa che supera, che distingue, che allontana e consente di combattere la sofferenza fisica e la tristezza dell’anima, e questa è la “fede”, parola che si può  leggere anche come “luce”.

“Diamanti”: un film che brilla tra la fine del 2024 e il nuovo anno

C’è un film che, nel vederlo al cinema nei primi giorni di inizio anno,  sembra confondere nel senso di stupore e di sentimentalismo che si provano,  tanto che non si sa poi se ispirati dalla pellicola oppure dalla atmosfera che ogni capodanno porta con sé.

Ozpetek si arma di un cast di attrici strepitose, dalla fascinosa Ranieri alla Scalera con le sue mimiche facciali, e sfodera inquadrature quasi tutte a mezzo busto per dare fuoco alle espressioni del viso, e ci riesce: il film parla con le parole ma sopratutto con gli occhi (parte corporea eletta a maggiore carico di femminilità) delle sue protagoniste.

Un film che brilla e che si incentra su figure -tutte femminili- che brillano, non può che avere il titolo di Diamanti.

Perché, oltre alle citate, tante altre, e brave, sono le attrici, la raffinata Milena Vukotic, e Lunetta Savino per esempio -guarda caso il meridionalismo nella espressività trionfa- che mostrano le proprie vite ruotando attorno ad un atelier, luogo già di per se’ richiamante il vezzo, la vanità, l’estetica del corpo, che piacevolmente devono caratterizzare tutte le donne. 

E non può mancare l’esperienza di una di loro, brutale, scellerata, raccapricciante vita di vittima del marito violento. Si prelude al femminicidio ma il finale salva, mostrando una figura, non a caso interpretata da Elena Sofia Ricci, vestita di un (uno dei tanti anche loro protagonisti) abito che sembra davvero luccicare come un diamante, identificata nella madre del regista, portando con sé il ricordo e la memoria, che, alla fine, sono tutto ciò che conta. 

Tre ciotole: il testamento di Michela Murgia

Un libro postumo sembra sempre avere un valore aggiunto.
Indiscutibile rimane la spiccata verve letteraria della scrittrice, l’ironia pungente anche a volte amara, il registro scorrevole e piacevole, ma c’è forse una nota dolente, ed e’ nei riferimenti religiosi, per esempio con la citazione di un’intera preghiera, che sanno di una sfida al timore di Dio.
D’altro canto, alcuni contenuti sono molto importanti e descritti con coraggio, lo stesso con il quale viene affrontata la malattia oncologica terminale, che pure viene raccontata, con una naturalezza quasi irreale, e con una dignitosa pietà di se’, che ogni medico dovrebbe leggere almeno una volta. Per capire chi si guarda ogni giorno negli occhi e cosa nascondono gli occhi dei pazienti.
E poi ci sono tanti altri riferimenti a realtà moderne: la pandemia da Covid, la vigliaccheria dell’uomo che si stanca della propria donna dopo anni di vita di coppia destinandosi ad incontrare molte controfigure di lei, l’omosessualità, e tante altre situazioni anche parafiliche ma molto più comuni di quanto si possa immaginare.
Infine, nei ringraziamenti, c’è forse la parola/ chiave, il testamento della scrittrice, la quale si assicura che il libro venga pubblicato, e cioè che le si dia il Cambio. Una parola con la lettera iniziale maiuscola, intenzionalmente, ad indicare il valore della scrittura, ad indicare il valore della vita, della continuità, e che forse contiene anche un (inconsapevole?) riferimento al cambio/vita, dal corpo all’anima.