Cura degli spandimenti pleuritici con il latte. Lettera del Dott. Francesco Forti al Prof. Luigi Casati. (Caso II).

Il secondo caso è una conferma di risultato, del trattamento efficace con il latte, ottenuto col precedente caso clinico descritto dall’Autore, ed è anche un invito ai colleghi medici di aver fiducia nella cura lattea, la quale, come afferma egli stesso: “suol produrre i suoi favorevoli effetti pressochè istantanei”. La pubblicazione avvene sul medesimo giornale “Il Raccoglitore Medico”, volume XXIII, nell’anno 1872.

(II caso) – Il Sig. Luigi del Comune di Civitella, di 40 anni, si ammalò nel mese di marzo con freddo, tosse e peso allo scrobicolo del cuore. Nel mese di giugno, quattro mesi dopo l’incominciare della malattia, fui invitato a visitarlo. Trovai l’infermo in uno stato gravissimo, affetto da essudato pleuritico destro esteso. Avendo ottenuto l’esito il più favorevole nel Sig. Domenico, ordinai il latte, colle medesime precauzioni e prescrizioni, anche al Luigi che fece uso di quello di vacca. Dodici giorni dopo dal principio della cura, l’infermo venne a trovarmi perfettamente guarito. Il miglioramento si manifestò fino dai primi
momenti con diuresi abbondante, asserendo l’infermo che per l’uso del latte aveva continuo bisogno di mingere, e l’urina affluiva facile, limpida e in abbondanza. Iniziato il miglioramento, andò man mano progredendo fino alla scomparsa del liquido effuso, cioè fino alla guarigione. E qui pongo fine col pregare i miei Colleghi ad aver tutta la fiducia, in casi simili, nella cura lattea, la quale, in confronto degli altri metodi, suol produrre i suoi favorevoli effetti pressochè istantanei. Di più, con tutto il rispetto dovuto
a quei sommi che della toracentesi sono partitanti, oserei asserire che la cura lattea ne è superiore; primieramente perchè non è possibile trovar infermo che si rifiuti di intraprendere un tal metodo di cura, e un bel esempio l’abbiamo nel Luigi che acerrimo nemico del latte, pure di buona voglia si sottomise alla dieta lattea; mentre grande è il timore che inspira al paziente la toracentesi. Secondariamente in caso di errore di diagnosi che danno ne potrebbe derivare all’infermo dalla cura lattea?
Mi perdoni sig. prof. e mi abbia per sempre della S. V. Illustrissima
Civitella di Romagna 23 Luglio 1872.
Devotissimo Collega
Dott. FRANCESCO FORTI”

Cura degli spandimenti pleuritici con il latte. Lettera del Dott. Francesco Forti al Prof. Luigi Casati. (Caso I).

Gli alimenti possono essere utilizzati come veri e propri farmaci! Significativa l’eperienza ottocentesca del Dott. Forti su un caso di pleurite guarita con l’uso del solo latte. Straordinario l’approccio clinico sul paziente; la semeiotica medica è applicata con perfezione, i dettagli della visita sono così precisi da condurci al cospetto dell’ammalato e il risultato della terapia tanto sbalorditivo da comunicarci la sua esaltazione di vittoria sulla malattia. La lettera venne pubblicata sul giornale “Il Raccoglitore Medico”, volume XXIII, nell’anno 1872; da pochi anni si era realizzata l’Unità dell’Italia e proprio nel 1872 muore a Pisa chi tanto l’aveva voluta, Giuseppe Mazzini.

“Pregiatissimo Professore.
Avendo sperimentato l’efficacia del latte in un infermo affetto da essudato pleuritico, ne ho raccolto la storia, e sembrandomi degna di qualche attenzione da parte dei medici, gliela spedisco per sottoporla a lei. Se la crederà interessante, le sarò grato se vorrà inserirla nel suo accreditato giornale.
Il Sig. Domenico del Comune di Civitella, d’anni 43, nel quarantesimo dell’età sua, nell’aprile del 1871, sofferse di pleuro-pneumonite destra, obbligandolo a letto per molto tempo. Quando lo visitai per la prima volta, giacea da oltre otto giorni. Alla visita mi riferiva che il male era esordito con intenso freddo, con febbre, dolor puntorio al costato destro, con tosse con poco escreato ed affanno. Egli non poteva decombere che supino e per lo più semiseduto. All’esame soggettivo ed oggettivo le respirazioni erano 40 al minuto, brevi e superficiali, i battiti del polso 110; temperatura alta, il color della cute giallo-terreo, muscoli flosci, pannicolo adiposo scarsissimo. Il dolore accusato estendevasi in basso, verso il bordo libero delle coste, ed in alto sopra la spalla a destra, col punto di massima intensità fra la linea clavicolare ed ascellare, all’altezza della sesta costa. Aveva sete ardente, nullo l’appetito; le urine erano scarse e sedimentose, rade le defecazioni. All’ispezione gli spazi intercostali di destra apparivano più ampli di quelli di sinistra, e più arcuato il torace da questo lato. Il movimento respiratorio a destra era quasi mancante, specialmente all’altezza della quarta costa fino alla base del torace che al palpamento dava maggior resistenza; il fremito pettorale era pressocchè estinto in tutto l’ambito del polmone, meno superiormente ove anzi era molto ben percepito. Il fegato sporgeva di un dito traverso sotto il bordo libero delle coste. Alla percussione si aveva a destra suono muto tanto anteriormente che posteriormente dal terzo spazio intercostale in basso, superiormente suono timpanitico. All’ ascoltazione era scomparso il murmore respiratorio, mentre, ove la percussione dava suono timpanitico, si sentiva la respirazione vescicolare esagerata con rantoli a grosse e piccole bolle; posteriormente contro la colonna vertebrale si sentiva la respirazione bronchiale. Nel polmone sinistro si avevano tutti i segni di un catarro bronchiale. Diagnosticai una pleurite destra con essudato abbondante. Avevo letto di fresco le belle esperienze del Siredey sull’uso del latte contra ogni sorta di idropisie; volli tentarne la prova e l’effetto fu superiore alle mie aspettative. Il paziente non avendo a sua disposizione il latte nè di vacca nè di asina fece uso di quello di pecora e capra mescolato. Ne bevve circa un litro e più al giorno. La guarigione fu quasi istantanea. Quindici giorni dopo dal principio della cura, essendomi io recato a visitarlo, egli che prima era impotente di mover passo fuori da casa sua, vennemi incontro a piedi rallegrandosi meco dell’efficacia della cura, ed infatti aveva acquistato in forze ed in nutrizione oltre al colorito di un leggero incarnato. All’esame del torace trovai che l’essudato si era abbassato di circa quattro centimetri, e un mese dopo quando lo rividi, non ve n’era più traccia, ed il Domenico era guarito potendo attendere a’suoi lavori campestri, portar pesi, e far lunghe camminate senza incomodi. Soltanto per la rapidità dell’assorbimento, il polmone restato compresso per tanto tempo, non potè dilatarsi subito in tutta la sua circonferenza e ricever l’aria, gran parte rimanendo impervio a questa, di modo che, manifestamente, il torace da questo lato si era infossato e la spalla destra abbassata di molto. Qualche tempo dopo ebbi occasione di rivederlo e constatai che il polmone funzionava quasi per intero, come lo certificavano i segni fisici, e per avere il torace acquistato la sua configurazione normale, e per l’innalzamento della spalla.”

In ricordo di un uomo buono: il maresciallo Antonio Russo.

Lo scorso settembre, la frazione Misciano di Montoro (Av) ha perso un uomo buono. Non si tratta di parole retoriche ma chi ha conosciuto la persona, di cui stiamo scrivendo, sa che è stato davvero così. Ed oggi essere buoni è un privilegio di cui poter vantarsi con molta cautela.

Di indole mite, pacifica, tollerante, esortante, il maresciallo Antonio Russo, classe 1948, ha avuto un grande posto nel mondo e non soltanto per la sua devozione all’Arma. Oltre al sacrificio per il servizio -si ricordano la sua capacità di muoversi nell’ambito della fotografia forense e il suo intervento in occasione del terremoto che nel 1980 mise in ginocchio l’Irpinia, allorquando Russo era in servizio presso la stazione di S. Angelo dei Lombardi (Av) e fece ritorno alla propria casa soltanto dopo aver coadiuvato al recupero e al trasporto di tutti i corpi delle vittime innumerevoli estratte in quei giorni di continue e pericolose scosse di assestamento- larghe sono state le virtù spese nel proprio spazio quotidiano con le persone incontrate sul suo cammino.

Centralità nella sua vita ha avuto la famiglia: marito legatissimo alla “mia signora” per più di 40 anni, padre di Margherita e Annamaria, “le ragazze” per le quali si è prodigato, zio affettuoso come un padre, nonno di Grazia, la “nipotina” ormai laureata, di Antonio, il ragazzo che ha seguito le orme arruolandosi nelle Forze dell’Ordine, e di Ludovica, silenziosa adolescente affezionata.

Il maresciallo Russo era devoto alla vita, un ottimista anche a fronte di una malattia terribile che l’ha sconfortato soltanto per qualche attimo. Rimasto coraggioso, tale da commuovere i medici. Gentile e garbato, e mai disperato, come, probabilmente inconsapevolmente, fa un vero cristiano.

Il suo funerale (nella foto un momento della funzione religiosa) è stato celebrato nell’antica chiesa del paese da don Vincenzo Romano, congiunto del maresciallo, anziano prelato dalla voce ferma e decisa, e da don Giovanni Mascia, attuale parroco di Misciano.

Sarà il suo un ricordo perenne, così come lui, sempre, in qualsiasi stagione dell’anno, accorreva, con la sua caratteristica camminata “veloce veloce”, per adempiere, per aiutare, per collaborare, per portare un messaggio di vita.

Ora è “libero”, come da sue ultime parole, di accorrere ancora, e in un’altra forma, soprattutto da chi ha tanto amato.

Il Pinto Mood a Montoro (Av): il Direttore del DIPSUM dell’Università di Fisciano presenta il nuovo libro “Il Brigante e il Generale“ in prosieguo di “La guerra per il Mezzogiorno“.

L’altra sera, si è svolto un evento culturale, a Montoro (Av), nella frazione San Pietro, all‘insegna della presentazione del libro “Il brigante e il generale“ (Laterza ed.), fresco di premio Acqui Storia 2023 per la sezione scientifica, scritto dal prof. Carmine Pinto, Direttore del Dipartimento degli Studi Umanistici dell’Università di Fisciano. É un libro di storia e, già per questo suo valore intrinseco, insegna, come da locuzione degli antichi “historia magistra vitae“, ma  il volume ha anche un suo plusvalore, quello di attenersi, nella narrazione, esclusivamente a fatti accertati attraverso la ricerca,  l’analisi e lo studio di fonti documentali – in più occasioni l’autore l’ha definito “un viaggio tra i luoghi e  tra le carte“ – pervenendo anche alla risoluzione di diatribe storiografiche. Insomma, un prodotto artistico derivato da impegno, metodo scientifico, e sicuramente passione. Ed è un libro che si fa leggere per una nuova scrittura narrativa che lo differenzia dalla precedente opera dello stesso autore, che è un saggio, sempre edito da Laterza e pluripremiato, dal titolo “La guerra per il mezzogiorno” (2019), ma in linea di continuità con quest’ultimo, se non altro per le similari immagini di copertina tratte dalle pitture dell’8ooesco Giovanni Fattori di cui sono conosciute le “scene brigantesche” richiamanti la tematica principe di entrambi i volumi, e, mentre il saggio si sviluppa come una panoramica estesa, il secondo appare come uno zoom su persone e luoghi. Nello specifico, l’ambientazione è nell’Italia post unitaria, periodo di transizione e di crisi dal quale scaturirà la Nazione; attraverso la descrizione tridimensionale di due personaggi antitetici, e dei posti in cui sono vissuti, il meridione di Italia, l’autore fa luce su un fenomeno, una questione sociale, il brigantaggio, da taluni tramandato come una sorta di eroismo, ma che la scrittura di Pinto restituisce nella sua reale dimensione di vero fenomeno criminale; si ricordi che l’autore è anche, tra le altre cose, studioso di storia militare e di guerre civili. E la scorsa serata, a Montoro, hanno partecipato all’evento il senatore Andrea De Simone, il quale con piacere ha ricordato l’amicizia decennale che lo lega all’autore e ha citato un suo testo centrato sui costumi culinari dell‘800 la cui prefazione è del prof. Pinto; c’è stata, poi, la manifestazione di condivisione del sindaco di Montoro, Girolamo Giaquinto, puntualizzando il valore della verità non contaminata da menzogna e quindi tramandata nella sua assolutezza; poi, si sono sviluppate le riflessioni di lettura del medico legale, Elena Picciocchi, discendente della famiglia Pironti-Galiani a cui appartiene la location dell‘evento, la quale ha richiamato alla memoria quanto tracciato dal suo bisnonno, Aurelio Galiani, uno dei primi sindaci del territorio e già anni addietro sostenitore della Montoro unita, il quale, in uno dei suoi contributi, si espresse con terminologie molto simili a quelle usate dall’autore del libro presentato, in merito alla distinzione tra mistificazione e verità storica: come il Pinto nel suo testo afferma: “il mito non trasfiguri la personalità“, così il Galiani, riferendosi al fenomeno infestante dei briganti criminali, dice “dal campo leggendario scendiamo in un altro di effettiva cronaca nera, piena di ferocia e di sangue“ (cit. da Montoro nella storia e nel folklore, 1990). Quindi, la parola è stata consegnata al protagonista della serata: l’autore, panomaricando sulla trama, ha centralizzato il suo discorso sulla finalità dell’opera che è quella del definire “come si fa una Nazione“, attualizzando e ricordando che il pensiero politico non può prescindere da quanto già avvenuto nel passato, da una visione obiettiva di tutte le variabili e delle inclinazioni differenti e anche contrarie, e da una correttezza di verità, nonchè da prontezza nel fronteggiare le incognite. Hanno fatto da cornice all’evento, in questa sera di fine estate, i  giardini del palazzo Galiani-Pironti dalle geometrie settecentesche e dalle piante secolari rimaste intatte, ove  si crea e si sente un feedback, un interscambio, un richiamo, e sul quale è sceso il tramonto nel corso dell’evento, come notato e detto dall’autore per inciso nel suo discorso: “questo tramonto che ha reso ancora più intensa questa storia“ .