Don Leone racconta. Chiesa Madre di Santa Maria Assunta ad Andretta (AV), anno 1992.

“Il demonio diventa forte con noi quando ci abbaglia, quando riesce a metterci contro Dio e noi siamo forti con lui quando ci poniamo in verticale col Signore; E’ attraverso Dio che diventiamo inattacabili per il demonio. E’ come quell’oggetto che per funzionare necessita di essere collegato ad una sorgente energetica, quando si stacca dalla sorgente, non funziona più; così noi, dobbiamo restare sempre collegati a Dio, se ci stacchiamo da Lui, non siamo più difesi e il demonio prende il sopravvento. La forza del nostro legame con Dio, annulla completamente il male. Il demonio, attraverso l’inganno della mela, pose Eva contro Dio: “Se mangi la mela, diventi come Dio”, dunque, il convincimento di Eva, le fece assumere la colpa. Sant’Agostino afferma: “Il mio animo è sempre inquieto finchè non riposa in Dio”, il Santo viveva l’inquietudine dell’animo che si rasserenava con la vicinanza a Dio. Se cerchiamo una direzione nella natura, nelle nostre intuizioni, nelle esperienze, ci avviamo un po’ sperduti, nella penombra, con poca luce, allora brancoliamo, ci giriamo, ci voltiamo, alla fine, ci rivolgiamo sempre a Dio; facciamolo prima allora, senza perdere tempo. Il tutto è Dio. Il male indossa molte maschere, ma è sempre lui, l’anti Dio. Può impressionarci la semplice parola diavolo, demonio, spesso cerchiamo di evitarle queste parole, chiamiamolo pure come vogliamo, che so, chiamiamolo bugia, tradimento, chiamiamolo inganno, abbaglio ma è sempre lui. Dal canto mio, debbo sempre smascheralo il diavolo, quando mi trovo con un caso da esorcizzare, altrimenti non posso procedere con l’esorcismo. L’influsso diabolico è camuffato; la prova , nel caso da trattare, è l’evidenza della sua presenza, quindi lo debbo smascherare, farlo emergere. Venne da me un neurologo a dirmi: “Padre ecco, porto un caso da esorcismo”, io ebbi un po’ di remore, pensavo che sbagliasse ma il medico incalzò: “Padre, ha perduto la sua identità”, ma io ancora non credevo perchè, un malato, per patologia, può non riconoscersi, a volte. Poi, iniziai ad interrogarlo e gli chiesi: “Sei Satana? Se sei Satana, sei stato schiacciato dai piedi della Madonna” e lui: “.. no, quello è stato un incidente”. Avevo studiato che il demonio, per superbia, non parla di sconfitta, ma di incidente ed iniziaii l’esorcismo. Durante le preghiere, si scatenò e mi disse; “ .. io a quella donna le dò tante sconfitte: con la droga, divorzio, alcool, prostituzione”. Sono tutte armi che lui usa e alla fine vuole arrivare al suicidio del soggetto. Che altro fa? Distacca dai parenti, stimola flash di violenza dei figli coi genitori e dei genitori coi figli, contro il marito o contro la moglie. Crea un tale disagio che spinge alla esasperazione e nella esasperazione suggerisce in maniera eufemistica la liberazione, in maniera così abile per cui il soggetto cade in un precipizio. Nel caso si tratti di un uomo di scienza, spinge più verso l’onore: “Se vuoi l’onore tuo, fai un gesto di coraggio”; insomma, fa vedere un valore fasullo come fatto reale. Come ci si libera? Ecco… chi prega si salva, chi non prega si danna e qui c’è l’intervento della Chiesa, dei nostri Santi. Anche i Santi ebbero la tentazione a suicidarsi, Sant’Ignazio ebbe la tentazione al suicidio ed ecco che la preghiera, la santità, gli impedì questo passaggio. Prima di iniziare le preghiere esorcistiche, invito sempre a considerare che possa trattarsi di una patologia organica poi, successivamente, a prendere in esame l’aspetto psicologico. Il demonio distacca, mette contro irrazionalmente e l’invasato non se ne accorge e si chiede del perchè ha fatto certe azioni. Io ho dormito presso famiglie sconquassate, genitori contro figli e viceversa, sono stato con loro, ho dormito con chi era più violento in casa, stando in verticale. Ricordo di un preside il cui figlio lo batteva e lo cacciava via da casa, dormii con lui due notti, non mi toccò per niente; era violento con tutti ma non con me, io stavo in verticale, avevo Dio innanzi e con Dio si diventa una potenza. Il pastorello Davide, scalzo, disarmato, dinanzi al gigante Golia, in nome di Dio lanciò la pietra, in nome di Dio, altrimenti la lotta era del tutto impari, e sconfisse il gigante.”

Lettera di Anton Maria Salvini (1653-1729) ad Antonio Montauti, valente artista, suo amico.

(Raccolte di prose e lettere scritte nel secolo XVIII, Vol II, Milano MDCCCXXX)

Il Salvini fu uomo di vasta erudizione e di profonda dottrina. Nella lettera che scrive all’amico, gli parla del sentimento proprio dell’amicizia; analizza, descrive e valorizza l’affetto che lo lega. L’amicizia, afferma, è una virtù, è un bene, è una presenza, una buona compagna di vita. La lettera porta la data del luglio 1707. Sono trascorsi tre secoli e più, dalla sua stesura!

“Al M. Antonio Montauti

La materia dell’amicizia è un mare che non si può solcare in un momento. Tanto n’hanno parlato i savii antichi, che uno non sa trovar la via nè a cominciare, nè a finire. Ho indugiato un giorno a pensare e a scrivere. Levare l’amicizia dal mondo, sarebbe come togliere il sole che c’illumina, che ci nutrisce, che ci rallegra. Ella è un bene, senza di cui l’uomo non può stare, e mille beni s’hanno da quella. L’amico è un compagno della vita. Se avete fortune, che cosa è il goderle senza un amico che se ne rallegri di cuore come se fossero sue proprie, che col consiglio vi regga perchè le sappiate godere, e che sappiate reggervi dentro, e la troppa fortuna non vi precipiti? Al contrario, se avete disgrazie, egli ne piglia una parte, e così quel peso ve lo fa più leggiero; sente con pazienza i vostri rammarichi, i vostri pianti, e`v’asciuga le lagrime e vi consola, e colla sua presenza grata e col dolce parlare vi conforta e v’invita a sperar bene e coll’opera e col consiglio in ogni cosa vi guida, vi regge, v’illumina, v’ammaestra. Nel suo seno potete con sicurezza depositare tutti i vostri segreti senza timore d’esser tradito, tutte le vostre passioni, e siete sicuro d’essere o sanato, o compatito; in un vostro bisogno avete a chi ricorrere; nelle difficultà avete chi ve le spiani; nei dubbi chi ve gli sciolga; negl’ incontri tutti della vita un lume, un porto, un’ aura che v’indirizzi, v’accolga, vi riceva, vi favorisca. Egli vi proccura altri amici, aderenze e favori. L’amicizia è una virtù, una costante volontà di far bene all’amico; e quella amicizia è più ferma e più stabile, che è fondata sul buono, sul vero e sul giusto, sulla bontà e similitudine di maniere e di costumi, e che non ha per unico fine l’utile e l’interesse; perchè mancando questo, o mutandosi, manca ancor essa e vien meno. Si vede per esperienza che chi è dato all’interesse non ha amore, nè amicizia; adora solamente il suo idolo, che è l’oro, dove ha il suo cuore. L’amicizie giovenili fatte da un genio subitaneo, e che consistono nel piacere, presto saziano e svaniscono. Gli ambiziosi, gl’invidiosi, i maligni non son fatti per la buona e per la bella virtù dell’amicizia, la quale non sarebbe virtù se non partecipasse dell’onorato e del buono; e su questa base fondata ella dura, ed è una buona compagna per tutta la vita.”

Anton Maria Salvini (da Wikipedia)

Lettera del Sig. Maupertuis a D. Arnaldo Speroni, monaco-decano Cassinese e maestro de’ novizi in S. Giorgio Maggiore di Venezia. 1759

Pietro Ludovico Moreau di Maupertuis (1698-1759), bretone, fu membro della regia Accademia delle scienze di Parigi. Riflettendo sulla opportunità che un cuore generoso dedichi alla salute pubblica l’ingegno e le forze dell’animo, si apprestò a scrivere lettere su varie questioni. La lettera che segue, ha un contenuto sorprendentemente attuale. Ricordare un dolore passato non è gradevole, ricordare un bene con rincrescimento, è una pena nel cuore. Egli valorizza il presente escludendo la memoria del passato e la previsione del futuro.

“Sopra la Memoria e sopra la Previsione

Il nostro spirito, la di cui principale proprietà è di percepire se medesimo. e di percepire tutti gli oggetti che gli sono d’intorno, è anche dotato di due altre facoltà, cioè di Memoria e di Previsione. la prima è un richiamo del passato e l’altra, una anticipazione sull’avvenire. La vita dell’uomo pare più occupata intorno a questi due stati, che non del presente. L’una e l’altra di queste facoltà, sembra data all’uomo per regolare la sua condotta e per render la di lui condizione migliore. Se il passato fedelmente ci rappresentasse, pare che avendo noi la scelta di richiamarne alla memoria questa, o quella parte, non potremmo non risvegliare nell’anima nostra, che sentimenti aggradevoli; ma così non sono le bisogna. Giammai non ci si rappresenta il passato senza qualche sentimento che lo alteri, e lo sfiguri, sempre a nostro disavvantaggio. Il ricordarsi di un male, non ha nulla di aggradevole, e il risovvenirsi di un bene sempre accompagnato da un rincrescimento, non è che una pena. Dunque la memoria ci fa più perdere che guadagnare. In quanto alla previsione, ella è anche più lontana dal vero, e il dono di lei comparisce anche assai più funesto. Esagera essa il male che si teme, e rappresenta con inquietezza il bene che si desidera. Lungo tempo egli è già che fu detto, che il presente è il nostro solo bene; e questa proposizione è assai più vera, che non si pensa. se il presente si potesse purgare del veleno, onde l’infettano la reminiscenza e la previsione, sarebbe egli uno stato molto felice.”

Pierre Luois Moreau de Maupertuis (da Wikipedia)

Cura degli spandimenti pleuritici con il latte. Lettera del Dott. Francesco Forti al Prof. Luigi Casati. (Caso II).

Il secondo caso è una conferma di risultato, del trattamento efficace con il latte, ottenuto col precedente caso clinico descritto dall’Autore, ed è anche un invito ai colleghi medici di aver fiducia nella cura lattea, la quale, come afferma egli stesso: “suol produrre i suoi favorevoli effetti pressochè istantanei”. La pubblicazione avvene sul medesimo giornale “Il Raccoglitore Medico”, volume XXIII, nell’anno 1872.

(II caso) – Il Sig. Luigi del Comune di Civitella, di 40 anni, si ammalò nel mese di marzo con freddo, tosse e peso allo scrobicolo del cuore. Nel mese di giugno, quattro mesi dopo l’incominciare della malattia, fui invitato a visitarlo. Trovai l’infermo in uno stato gravissimo, affetto da essudato pleuritico destro esteso. Avendo ottenuto l’esito il più favorevole nel Sig. Domenico, ordinai il latte, colle medesime precauzioni e prescrizioni, anche al Luigi che fece uso di quello di vacca. Dodici giorni dopo dal principio della cura, l’infermo venne a trovarmi perfettamente guarito. Il miglioramento si manifestò fino dai primi
momenti con diuresi abbondante, asserendo l’infermo che per l’uso del latte aveva continuo bisogno di mingere, e l’urina affluiva facile, limpida e in abbondanza. Iniziato il miglioramento, andò man mano progredendo fino alla scomparsa del liquido effuso, cioè fino alla guarigione. E qui pongo fine col pregare i miei Colleghi ad aver tutta la fiducia, in casi simili, nella cura lattea, la quale, in confronto degli altri metodi, suol produrre i suoi favorevoli effetti pressochè istantanei. Di più, con tutto il rispetto dovuto
a quei sommi che della toracentesi sono partitanti, oserei asserire che la cura lattea ne è superiore; primieramente perchè non è possibile trovar infermo che si rifiuti di intraprendere un tal metodo di cura, e un bel esempio l’abbiamo nel Luigi che acerrimo nemico del latte, pure di buona voglia si sottomise alla dieta lattea; mentre grande è il timore che inspira al paziente la toracentesi. Secondariamente in caso di errore di diagnosi che danno ne potrebbe derivare all’infermo dalla cura lattea?
Mi perdoni sig. prof. e mi abbia per sempre della S. V. Illustrissima
Civitella di Romagna 23 Luglio 1872.
Devotissimo Collega
Dott. FRANCESCO FORTI”

Cura degli spandimenti pleuritici con il latte. Lettera del Dott. Francesco Forti al Prof. Luigi Casati. (Caso I).

Gli alimenti possono essere utilizzati come veri e propri farmaci! Significativa l’eperienza ottocentesca del Dott. Forti su un caso di pleurite guarita con l’uso del solo latte. Straordinario l’approccio clinico sul paziente; la semeiotica medica è applicata con perfezione, i dettagli della visita sono così precisi da condurci al cospetto dell’ammalato e il risultato della terapia tanto sbalorditivo da comunicarci la sua esaltazione di vittoria sulla malattia. La lettera venne pubblicata sul giornale “Il Raccoglitore Medico”, volume XXIII, nell’anno 1872; da pochi anni si era realizzata l’Unità dell’Italia e proprio nel 1872 muore a Pisa chi tanto l’aveva voluta, Giuseppe Mazzini.

“Pregiatissimo Professore.
Avendo sperimentato l’efficacia del latte in un infermo affetto da essudato pleuritico, ne ho raccolto la storia, e sembrandomi degna di qualche attenzione da parte dei medici, gliela spedisco per sottoporla a lei. Se la crederà interessante, le sarò grato se vorrà inserirla nel suo accreditato giornale.
Il Sig. Domenico del Comune di Civitella, d’anni 43, nel quarantesimo dell’età sua, nell’aprile del 1871, sofferse di pleuro-pneumonite destra, obbligandolo a letto per molto tempo. Quando lo visitai per la prima volta, giacea da oltre otto giorni. Alla visita mi riferiva che il male era esordito con intenso freddo, con febbre, dolor puntorio al costato destro, con tosse con poco escreato ed affanno. Egli non poteva decombere che supino e per lo più semiseduto. All’esame soggettivo ed oggettivo le respirazioni erano 40 al minuto, brevi e superficiali, i battiti del polso 110; temperatura alta, il color della cute giallo-terreo, muscoli flosci, pannicolo adiposo scarsissimo. Il dolore accusato estendevasi in basso, verso il bordo libero delle coste, ed in alto sopra la spalla a destra, col punto di massima intensità fra la linea clavicolare ed ascellare, all’altezza della sesta costa. Aveva sete ardente, nullo l’appetito; le urine erano scarse e sedimentose, rade le defecazioni. All’ispezione gli spazi intercostali di destra apparivano più ampli di quelli di sinistra, e più arcuato il torace da questo lato. Il movimento respiratorio a destra era quasi mancante, specialmente all’altezza della quarta costa fino alla base del torace che al palpamento dava maggior resistenza; il fremito pettorale era pressocchè estinto in tutto l’ambito del polmone, meno superiormente ove anzi era molto ben percepito. Il fegato sporgeva di un dito traverso sotto il bordo libero delle coste. Alla percussione si aveva a destra suono muto tanto anteriormente che posteriormente dal terzo spazio intercostale in basso, superiormente suono timpanitico. All’ ascoltazione era scomparso il murmore respiratorio, mentre, ove la percussione dava suono timpanitico, si sentiva la respirazione vescicolare esagerata con rantoli a grosse e piccole bolle; posteriormente contro la colonna vertebrale si sentiva la respirazione bronchiale. Nel polmone sinistro si avevano tutti i segni di un catarro bronchiale. Diagnosticai una pleurite destra con essudato abbondante. Avevo letto di fresco le belle esperienze del Siredey sull’uso del latte contra ogni sorta di idropisie; volli tentarne la prova e l’effetto fu superiore alle mie aspettative. Il paziente non avendo a sua disposizione il latte nè di vacca nè di asina fece uso di quello di pecora e capra mescolato. Ne bevve circa un litro e più al giorno. La guarigione fu quasi istantanea. Quindici giorni dopo dal principio della cura, essendomi io recato a visitarlo, egli che prima era impotente di mover passo fuori da casa sua, vennemi incontro a piedi rallegrandosi meco dell’efficacia della cura, ed infatti aveva acquistato in forze ed in nutrizione oltre al colorito di un leggero incarnato. All’esame del torace trovai che l’essudato si era abbassato di circa quattro centimetri, e un mese dopo quando lo rividi, non ve n’era più traccia, ed il Domenico era guarito potendo attendere a’suoi lavori campestri, portar pesi, e far lunghe camminate senza incomodi. Soltanto per la rapidità dell’assorbimento, il polmone restato compresso per tanto tempo, non potè dilatarsi subito in tutta la sua circonferenza e ricever l’aria, gran parte rimanendo impervio a questa, di modo che, manifestamente, il torace da questo lato si era infossato e la spalla destra abbassata di molto. Qualche tempo dopo ebbi occasione di rivederlo e constatai che il polmone funzionava quasi per intero, come lo certificavano i segni fisici, e per avere il torace acquistato la sua configurazione normale, e per l’innalzamento della spalla.”