Ferita d’arma da fuoco; frattura comminutiva dell’omero sinistro al suo terzo superiore, estrazione del proiettile; resezione di 6 centimetri dell’ osso; guarigione con conservazione di tutti i movimenti dell’arto; del dott. Laskowski . (Riv. di med., chir. e ter. 1873).

L’Autore descrive in che modo, senza l’ausilio di apparecchiature diagnostiche strumentali (i raggi x vennero scoparti nel 1894, ventuno anni dopo la pubblicazione del caso), ottiene la guarigione di una ferita da arma da fuoco, pur infetta. Può ipotizzarsi l’uso dell’etere come anestetico generale, anche se non riportato dall’Autore, visto che veniva utilizzato dal 1846, anno del suo primo utilizzo. L’intervento è cruento; il canale formatosi dal tragitto del proiettile nei tessuti viene sondato col mignolo e con l’ausilio di uno specillo viene localizzato il proiettile ritenuto. La procedura affascina per la meticolosa descrizione e la guarigione apprezzabile visto che antibiotici non se ne conoscevano e i rischi di una amputazione del braccio erano alti.

“Il ferito aveva 36 anni e potè, dopo successo il fatto, camminare per qualche tempo, finchè svenendo per la emorragia venne raccolto. Laskowiski lo vedeva cinque giorni dopo e nel frattempo non erasi fatta alcuna cura. Il di lui braccio sinistro erasi rigonfiato e resosi dolente; all’ inserzione del deltoide scorgevasi la ferita d’entrata del proiettile, piccola e ristretta dal turgore infiammatorio permetteva appena la immissione del mignolo, non eravi apertura di uscita e la deviazione nell’ asse del membro indicava la successa frattura dell’ o- mero: eravi febbre violenta e si adagiava semplicemente l’arto in una doccia metallica; esplorando col dito si arrivava al focolaio della frat- tura, ove sentivasi una moltitudine di frammenti in parte liberi, in parte aderenti, e coll’ aiuto dello specillo si giungeva a sentire la palla nella parete posteriore del cavo ascellare e veniva estratta mediante apertura lungo il margine inferiore del gran dorsale. Era un proiettile Chassepot leggermente sformato, e con esso levaronsi alcuni frastagli di vestimenta. Si praticava quindi lo sbrigliamento dell’ aper- tura d’entrata, tolte parecchie scheggie si passava attraverso ai due orifici un tubo a drenaggio e riposto il membro nella doccia appli- caronvisi cataplasmi emollienti; indi irrigazioni attraverso alla ferita con acqua fenizzata, ma i fenomeni di assorbimento si dichiarano ben- tosto tanto con le febbri accessionali quanto con dolore all’ipocondrio destro e la insorgenza di una artrite alla articolazione tibio-tarsica del medesimo lato che in cinque giorni passava a suppurazione . Miti- gati i primi con alte dosi di solfato di chinina, aprivasi il secondo col taglio, verificandosi la scopertura del malleolo esterno e la suppura- zione della cavità dell’articolazione; i margini scollati mortificavansi e venivano escisi , restava così allo scoperto il malleolo cariato; depuratasi la piaga ed incominciatane la cicatrizzazione, l’osso veniva raschiato e messo così a nudo lo strato sano, prestamente granulava, la piaga in un mese era guarita. In quanto alla frattura, essendo dessa comminutiva, Laskowski, non sperandone una consolidazione pura e semplice, proponeva di intervenire attivamente. Infatti, introdotto il dito nell’ orificio di entrata, rilevava che i monconi dell ‘ omero erano perfettamente denudati e cariati per la estensione di più centimetri, e non volendo andare incontro al lungo ed incerto processo di eliminazione spontanea, ne praticava la resezione. A questo fine, dopo avere allargata l’apertura di entrata mediante incisione verticale , accortosi che i monconi cariati erano molto rarefati e debolmente adesi al restante dell’osso, li es- portava con una robusta molletta incisiva , riponeva quindi in sito il tubo a drenaggio, adagiando l’arto in un apparecchio imbottito. La suppurazione seguitane fu abbondante e di buona qualità, formaronsi varii ascessi all’ ingiro della frattura che si dovettero aprire per estrarre qualche scheggia, il focolaio andò lentamente riempiendosi di linfa plastica, e nello spazio di due mesi il callo era sufficientemente più solido da permettere l’ablazione dell’ apparecchio. Durante tutto il tempo della medicazione adoperossi l’acqua o la glicerina fenicate. L’accorciamento dell’ arto riuscì di circa due centimetri, del resto conservò le dimensioni normali, e l’ammalato godette la integrità as- soluta di tutti i suoi movimenti; non rimaneva che un piccolo seno fistoloso gemente qualche goccia di pus, che ammetteva a stento lo specillo e probabilmente sostenuto da una piccola scheggia destinata ad essere eliminata.”

Violenza di genere, una piaga sociale.

Stefano D’Ettorre

La violenza di genere è una realtà tristemente frequente che permea tutti gli ambiti sociali, che non ha confini geografici nè culturali. Si tratta di eventi che hanno radici profonde nel passato e che persistono nei giorni nostri. Quali le forme, le cause e le possibili soluzioni del problema che è globale? Numerose sono le sfaccettature, gli angoli, le dimensioni della violenza. Essa può manifestarsi in molteplici forme: fisica, psicologica, economica. La violenza fisica frequentemente avviene fra le mura domestiche e va dalle aggressioni sessuali (stupri), a quelle somatiche per raggiungere in taluni casi gli omicidi. La violenza psicologica include minacce, umiliazioni, isolamenti e coercizioni. La violenza economica si manifesta col controllo finanziario e privazione di risorse necessarie per il sostegno e per un minimo di autonomia. Per affrontare il problema è essenziale comprendere cosa alimenta la violenza. La radice di questo fenomeno può essere rintracciata nella disuguaglianza di genere, ove le donne vengono considerate inferiori agli uomini in termini di potere, status e opportunità. La discriminazione avviene per mancanza di istruzione, per grave ignoranza; per cui, la disuguaglianza si protrae nel tempo, creando terreno fertile alla violenza. Il silenzio, poi, è una barriera significativa. Le donne spesso evitano di denunciare gli abusi per timore di ripercussioni successive, di essere malgiudicate e di non essere credute. La mancanza di un sistema giuridico robusto, necessario supporto sociale per le vittime, contribuisce all’impunità degli aggressori che spesso avviene, alimentando ulteriormente il ciclo della violenza. Le conseguenze sono devastanti, non solo per le vittime dirette, ma anche per le comunità e la società nel suo complesso. Le donne che subiscono abusi soffrono sempre sia per traumi fisici che psicologici con effetti che si ripercuotono sulla loro salute mentale, fisica, emotiva ed indirettamente sui figli. Spesso la violenza limita l’accesso delle donne all’istruzione, al lavoro e alle opportunità di crescita professionale. Va combattuta su tutti i fronti e da tutti. Non più sostegno alle vittime ma evitare che ci siano vittime. Le armi da utilizzare? Educazione, Consapevolezza, Rafforzamento del Sistema Giuridico con leggi più severe, risorse e strategie efficaci. Giovanni Paolo II rivolto ai popoli della terra ebbe a dire: “Non abbiate paura”, liberiamoci allora dalla paura della violenza e dalle paure in genere affrontandole con la speranza e la forza in Cristo.

Un prezioso evento d’arte a Montoro (Av)

Prosegue lo spirito dell’amministrazione comunale di Montoro (Av) insistente nella diffusione di manifestazioni culturali fondate sulle tradizioni, sulle origini, sull’arte. In continuità con il “E…state a Montoro” della scorsa stagione, il progetto “Trascorri le feste di Natale con noi a Montoro” prevede una serie di eventi che si terranno nelle chiese delle varie frazioni montoresi. Meritevole di segnalazione, come incipit prezioso del nuovo anno, lo spettacolo tenuto ieri, 02.01.2024, in piazza Michele Pironti, nella frazione Piano, innanzi all’altare della chiesa di San Giovanni Battista e San Nicola da Tolentino, inscenato da un piccolo e talentuoso gruppo teatrale (diretto dalla regista Ludovica Rambelli) con una particolare capacità: quella di realizzare in 40 minuti ben 23 scene in veloce successione che ricalcano le immagini rappresentate da Michelangelo Merisi da Caravaggio nei suoi quadri, tant’è che il registro teatrale è quello dei tableaux vivants, quadri viventi. Notevole, come ha commentato il primo spettatore ovvero il primo cittadino Girolamo Giaquinto, la velocità con la quale gli attori cambiano d’abito, in presenza del pubblico, servendosi di drappi vari, e muovendosi quasi in simbiosi riescano, usando pochi oggetti semplicissimi, a coordinarsi silenziosamente e a realizzare, con dinamismo interrotto da una sorta di improvvisa suspense, scorci di dettagliate scenografie e ad interpretare ruoli ogni volta diversi. E la drammaticità delle scene del genio Caravaggio c’è tutta, e il suo realismo universale è testimoniato proprio dalla possibilità di realizzare, oggigiorno, il mimo delle sue scene con grande facilità. E dimostra quanto il corpo, anche senza voce, possa parlare, quanto sia forte il suo linguaggio silenzioso. Ma ciò che colpisce? La serietà degli attori, perché la serietà (non la seriosità) è di chi vale, è degli artisti.

Studio medico-legale su l’aborto. Dott. A. Tardieu, 1850

Il brano che segue, tratto da un testo di medicina legale di metà ‘800, che riporta uno studio sull’aborto, rattrista il lettore; l’argomento non può essere gradito ai cuori gentili perchè di fronte a tanta disumanita’ l’orrore penetra e fa rabbrividire. La medicina della vita deve fare la sua parte, ed interviene sottolineando il male e nel contempo invitando al bene. Il 900 ha visto legittimare l’aborto con una legge la n.194 del 22 maggio 1978, propagandata come conquista civile, ma non vi sono conquiste civili quando si prevede l’omicidio di innocenti.

“Le donne accusate del crimine furono per la massima parte dell’età di venti, venticinque anni; le più fra esse nubili e spinte a delinquere dall’idèa del disonore; non escluso però qualche caso di donne maritate, alcune delle quali costrette a subire la sconciatura dalla cupida avarizia o dalla depravazione del marito. L’epoca della gravidanza, in cui accade più spesso l’espulsione criminosamente procurata del produtto del concepimento è fra’l terzo mese ed il quinto od il sesto. Il qual fatto ha una ragione fisiologica e morale del suo avvenimento; e per ciò che la donna, prima di venirne a questa colpevole estremità, deve attendere una certa quale sicurezza del suo stato, che non può raggiungere se non al terzo mese; e verso il quinto non è inverisimile che essa trovi nei movimenti della propria creatura un ritegno istintivo a farne sagrificio. La grande maggioranza dei casi mostra pur troppo a canto d’un’accusata, non di rado passiva, un complice che disonora la professione dell’arte salutare, una levatrice e talvolta anche un medico. Nelle trentanove osservazioni da me studiate, si trovano fra i colpevoli venti levatrici e quattro medici! Allorquando una levatrice venga involta in un’accusa di procurato aborto, i periti ponno trovarsi nella circostanza di dover rispondere intorno alle condizioni di esercizio della professione della coaccusata ed alle restrizioni cui questa professione è sottoposta; e ciò a proposito di una prescrizione fatta, o dell’amministrazione di una data sustanza medicamentosa, o di stromenti che siansi adoperati e l’uso dei quali oltrepassi la sfera legittima d’azione delle levatrici. Ben poche sono le donne che, deliberate a sconciarsi, innanzi di abbracciare il partito estremo d’un atto operativo di cui temono i pericoli, non cerchino di evitarlo ricorrendo ad altri mezzi indiretti da loro supposti egualmente idonei a conseguire lo scopo. La maggior parte confessano di aver ricorso a pozioni o sustanze medicamentose, o pure di essersi assuggettate ad alcune pratiche speciali. Riguardo a quest’ultime, esse consistono in emissioni sanguigne generali o locali, in bagni d’ogni maniera, in esercizi corporei affaticanti e forzati, in cadute od altre violenze volontarie (fra le quali può annoverarsi anche la strettura energica del ventre diretta). Quanto alle pozioni o sustanze medicamentose delle quali infinita è la serie, ad incominciare dalle purgative, dalle diuretiche e sudorifere, per venire sino alle emmenagoghe ed alle credute abortive specifiche, la loro impotenza ne eguaglia la molteplicità; Non di meno ve n’ha alcune che sono specialmente in voce di possedere un’azione appropriata a procurare l’aborto; quali sono la sabina, la ruta, la segale cornuta.
Ma dove si tenga esatto conto dei fatti, si riconosce che, se l’azione velenosa della sabina, e più ancora della ruta, si combinano con una certa qual influenza particolare su la matrice, lo stesso non è da dire della segale cornuta che, impotente a provocare la contrattilità di quest’organo , non agisce sovr’esso che per una specie di stimolazione secondaria. Ad ogni modo per altro sì quelle, che questa, hanno potuto in più d’un caso provocare l’aborto. I mezzi diretti che si impiegano a procurare l’aborto, cioè a dire i maneggi od atti operativi, consistono in operazioni più o meno grossolane, praticate su l’utero con l’intento d’introdurvi un corpo straniero e ledere le membrane dell’uovo. La loro esecuzione in genere, non esige nè una mano molto abile sicura, nè un apparecchio complicato, ed anzi talora può compiersi co’l sussidio della mano soltanto. Dove si usino stromenti, ed è il caso più frequente, questi non sono già, come si crede, di una qualità speciale ed apposita, ma generalmente appartengono agli oggetti di uso più commune e domestico; tali furono in più d’una circostanza un ferro da calze, una bacchetta o regolo da tendine, uno spillone, una penna d’oca, un bastoncino, un fuso, ecc. La sensazione provata dalla donna nel momento dell’operazione varia estremamente da quella d’un semplice frugamento, o di una puntura, fino a quella (ed è la più commune) d’un dolore istantaneo, violentissimo, o come di una lacerazione nel basso ventre ed all’ epigastrio, con successione di attacchi nervosi, deliqui, smarrimento completo di sensi, ecc. e quasi sempre con perdita di sangue, e più raramente di liquido amniotico. Poi, se l’operazione è riuscita, la perdita sanguigna ricompare e spesseggia e successivamente il travaglio si dichiara più o meno prontamente; e l’espulsione del feto, annunziata dai dolori caratteristici del parto, avviene entro uno spazio di tempo fra le cinque ore e li undici giorni non oltrepassando però di consueto i primi quattro giorni dall’operazione. Le conseguenze ulteriori dell’aborto criminoso sono costantemente gravi e funeste, più gravi e più funeste che non siano quelle dell’aborto naturale od accidentale. Esse risolvonsi nella morte più o meno pronta nei primi giorni, od anche subitanea, per infiammazione acutissima dell’utero e del peritoneo, per emorragia, ed in qualche raro caso per sincope (produtta forse dall’ eccesso dei dolori fisici e dalle distrette morali insieme); nella morte più tarda per tumori ovarici, per focolari purulenti nel bacino, per degenerazioni cancerose della matrice. Che se per avventura siffatte conseguenze mortali vengono da alcune donne sfugite, rimane però alle medesime per lo più un notevole deperimento nella salute in genere, od una irregolarità persistente nella mestruazione, o la ricorrenza abituale di dolori nei fianchi e nel basso ventre, e tutto il corteggio dei mali che accompagnano le flogosi lente dell’utero e delle sue dipendenze.”

Consigli di lettura in vista del Natale 2023

Scrutando tra gli scaffali della libreria Feltrinelli di Salerno, anche attratti dai colori dell’immagine in copertina, in prossimità del Natale che in genere è festa di ricordi, di cose retrò, di bisogno di affetto, di abbracci caldi, e di frasi sincere, non si può non far caso ad un libricino edito da Garzanti, sul quale capeggia il cognome dell’unica donna italiana (sarda) ad aver ricevuto il premio Nobel per la letteratura, Grazia Maria Cosima Damiana Deledda (1871-1936). “Il dono di Natale” è una raccolta di racconti brevi, ambientati ovviamente in Sardegna. Nella nevosità invernale della terra dei 4 mori, nella selvaggia fascinosa isola dedita alla pastorizia e agli ideali essenziali e al credo in Dio, si ambientano vicende scritte con lo stile semplice, chiaro, ma
profondo, della autrice. La lettura si fa veloce, quasi precipitosa, scivolando quasi dalle righe ma arricchendosi- in maniera inversamente proporzionale alla semplicità della scrittura- di sensazioni, sofferenze, tenerezze, rugosità, durezze, abissi, delicatezze. Traspare quell’indole che la stessa autrice descrisse dei suoi libri: “tanto drammatica quanto sentimentale”. E i contenuti sono vicende di vita comune, di una Sardegna antica con usi e costumi ancestrali, ma scenario di relazioni e scambi tra personaggi che appaiono moderni, ancora vivi, perché gli uomini sono ancora gli stessi, dopo tanti anni. Deledda rappresenta le sue figure descrivendole in modo tale che più che corporee si ha l’idea della personalità (nello stile dei grandi scrittori russi), e si avvicendano tutte le personalità, variegate e multiformi, opere di una scrittrice che è regista di fatti umani reali attuali. Scrittrice dell’umanità, caposaldo della letteratura italiana. Il riferimento, ogni tanto, a parole in lingua sarda appare un piacevole intermezzo che rimanda con la mente alla voglia di viaggiare e di andarci o tornarci nell’isola. Il racconto più bello? Quello da cui trae il titolo questo piccolo grande libro: perché il dono di Natale non può che essere la Vita.